Racconti molisani d'Appendice - Davide Monaco - Michele Tuono
Racconti Molisani d'Appendice

 

DAVIDE MONACO - MICHELE TUONO


RACCONTI MOLISANI D'APPENDICE



Dopo l’unificazione dell’Italia, il nuovo assetto politico favorì un’informazione più libera rispetto al passato regime, diretta ad una società attenta e bramosa di conoscere ciò che le accadeva intorno.
In varie province dell’Italia unita nacquero diverse testate giornalistiche, mentre alcune furono riesumate da precedenti chiusure forzate. L’informazione periodica stampata rappresentò un grande passo avanti nell’unificazione sociale e culturale del Regno, anche se l’analfabetismo raggiungeva alte percentuali tra la popolazione. Pochi fogli di carta riportavano vicende politiche e sociali di ambito locale e nazionale con approfondimenti che abbracciavano l’attualità e la cronaca. Di solito stampati in quattro facciate, riservavano un angolo della pubblicazione, come fosse un’appendice senza continuità apparente, allo svago intellettuale.
Iniziarono così ad essere pubblicate sciarade e indovinelli, poi modesti componimenti in prosa, finché non si giunse al racconto e alla novella. Non sempre i testi rientravano nello spazio di giornale loro riservato e, per non scontentare i lettori abituati a leggere un determinato autore, si dovette passare alla pubblicazione a puntate.
Nacque così il “Racconto d’Appendice” che contribuì non poco alla fama e alla fortuna di poeti e scrittori di quei tempi.
Tra le province del Regno, il Molise, che all’epoca si identificava con la provincia di Campobasso, non fu da meno alle altre se non qualcosa in più in fatto di pubblicazioni periodiche. Di conseguenza notevole fu anche la stesura di racconti e novelle nell’angolo dell’Appendice letteraria, dove direttori e gerenti facevano a gara per stampare il lavoro più interessante.
Questo libro rappresenta il primo passo verso un’antologia dei migliori racconti pubblicati nelle appendici letterarie dei giornali molisani dell’800. È una raccolta di testi usciti da penne autorevoli, o che diventeranno tali negli anni successivi, di autori che contribuirono a creare le basi della letteratura molisana, tra cui alcuni rimarchevoli giunti fino agli allori nazionali.





PRIMO VOLUME



1848 1884



Con questa antologia si spera innanzitutto di sfatare - se possibile in modo definitivo - la cupa leggenda di un Molise marginale, arretrato, chiuso, anche sul finire dell’Ottocento, e relegato in una periferia estrema, oltre i limiti del mondo. La monumentale pubblicazione su La stampa periodica del Molise (1), dovrebbe ormai aver liquidato questi antichi pregiudizi, ma è bene che altri tasselli provengano da lavori più specifici e dettagliati, come questo, che raccoglie una serie di racconti pubblicati sulle appendici letterarie dei periodici molisani tra il 1848 e il 1884, e svela, già su una base prettamente documentale (testi, autori, fonti), una realtà assai diversa da quella tramandata.
Una realtà, senza false modestie, che si scopre lusinghiera, per quanto possa risultare inaspettata in una regione tendenzialmente portata al pessimismo e alla autoflagellazione, fino a mettere in dubbio, con tetragona costanza, la propria identità e la sua stessa ragione di esistere come ben definita entità territoriale, fondata su precisi requisiti storici e culturali.
In questa prospettiva, per il periodo esaminato, si inquadra «l’immenso sforzo realizzato dagli intellettuali locali per mettersi al passo con la cultura nazionale e misurarsi con “culture” altre, di altre province anche non limitrofe», e «tutto l’impegno profuso da intere generazioni di giovani studiosi per scoprire e costruire una identità personale e collettiva ancora in fase di incubazione, per dimensionare la specificità storica e culturale» (2) di quella che è attualmente la nostra regione.
Tutti questi elementi, anche biografici, vengono a confluire nei racconti selezionati nella massa davvero notevole della produzione pubblicistica di quegli anni. A partire dall’esperienza del «Sannita» (1848), guidato prima da Domenico Bellini e Pasquale Albino, quest’ultimo considerato, forse con qualche eccesso di generosità (3), uno dei “padri nobili” di questa regione; poi dal solo Albino, che non vedeva l’ora di scrollarsi di dosso l’etichetta di sovversivo che lo aveva lambito per qualche istante, e perciò non faceva economia di divagazioni letterarie.
E dal «Sannita» sono tratti i primi due racconti riportati in questa antologia, Il creduto pazzo, di Camillo De Luca, “professore di belle lettere”, autore nel 1856 di un apprezzato volume di Ricordanze patrie (4); e a firma di Pasquale Albino la già ben nota storia di Delicata Civerra, con la introduzione di punte polemiche ed estranee alla narrazione che appaiono - bisogna dirlo - del tutto fuori luogo, per esempio nei riferimenti ai «giovani di quei tempi, né molli, né fracidi come i nostri “lion”».
La successiva fase di evoluzione, in epoca post-unitaria abbastanza inoltrata, diciamo agli inizi del Settanta, si accompagnava alla crescita nella nazione di un atteggiamento “di sinistra”, per quello che il termine significava ai tempi. Nulla più di una generica reazione all’incombere delle tasse, alle vergognose sconfitte di Lissa e Custoza, all’eclissarsi della mitologia garibaldina, ma quei fermenti, per quanto affievoliti, arrivavano nel Molise e trovavano rappresentanza in un periodico molto ben fatto, la «Palestra del Sannio», meritevole di un lusinghiero apprezzamento del Tommaseo (5).
Il curatore della ricca parte letteraria, Nicola Maria Fruscella, altro “padre nobile”, per quanto assai meno noto, molto ben introdotto nell’ambiente fiorentino di Pietro Fanfani e dei “linguaioli”, riesce a procurarsi la collaborazione del toscano Temistocle Gradi. Risultato ne è il gradevole racconto Fignuccio, presentato in questa antologia, e pubblicato sulla «Palestra del Sannio» con una premessa di Nicola Maria Fruscella e un sintetico apparato filologico, secondo il modello poi fedelmente registrato da Benedetto Croce.

Molti autori di novelle, che variamente combinavano le descrizioni di costumanze paesane, ossia il folk-lore, coi fini dell’educazione morale e con quelli dell’apprendimento della lingua, si ebbero allora, come Temistocle Gradi, i cui racconti sono accompagnati da note di lingua, che è il più chiaro segno che essi non sono scritti in una lingua personalmente e socialmente spontanea e necessaria, ma in una lingua che si vuole insegnare (6).

Temistocle Gradi, quasi un secolo dopo, sarà una delle fonti delle Fiabe italiane di Italo Calvino, che cita diversi testi del Gradi, compresa la raccolta di racconti La vigilia di Pasqua di Ceppo, recensita da Nicola Maria Fruscella sulla «Palestra del Sannio» (7). Cose piccole, forse, ma di sicuro non casuali, non nate dal nulla. Testimonianze di una realtà in movimento, certamente non ripiegata su sé stessa. E si arriva così, nel 1879, alla prima rivista puramente letteraria nella storia della pubblicistica molisana, e a quello che può definirsi il primo vero laboratorio culturale di una serie che si rivelerà sorprendentemente ricca e ben assortita. Una rivistina acerba, «La Gioventù Sannita» (8), per molti tratti ingenua, per altri pretenziosa, nata negli ambienti del Liceo-Convitto “Mario Pagano”. Un vero “incubatore”, come oggi si direbbe, di talenti. Piccola anticipazione del cospicuo numero di accademici, egregi letterati, grandi giornalisti, uomini politici, ministri del regno, allevati quando erano sconosciuti adolescenti sulle pagine di un giornale molisano.
Assai indicativo è il racconto Poveri cuori!, tratto dalla «Gioventù Sannita», che compare in questa antologia. L’autore è Giuseppe Pianese, che sarà Accademico d’Italia, direttore dell’Istituto di anatomia e patologia dell’Università di Napoli, e parlamentare, eletto deputato nel 1904. Personalità politica controversa, non meno dello zio, Antonio Cardarelli, come certamente non è qui il caso di discutere (9). Basterà ricordare il giudizio di Enrico Presutti, antifascista illustre, sindaco di Napoli, prestigioso docente di diritto, che nel primo dopoguerra senza mezzi termini accuserà Pianese di essersi servito della politica per scalare posti nella carriera universitaria, naturalmente sotto le ali dello zio.
Nel 1879, epoca di questo racconto, Pianese ha quindici anni. Nello stile acerbo si intravedono un assoluto amore per le lettere e una formazione già piuttosto avanzata, oltre ai riverberi delle discussioni linguistiche di quel periodo, cui si è accennato a proposito di Nicola Maria Fruscella.
Alla rivista prende parte Angelico Tosti, di Pietracupa, altro nipote ex matre di Antonio Cardarelli. Compiuta la maggiore età, Tosti assumerà il doppio cognome e diventerà Angelico Tosti-Cardarelli, procedendo poi in un’egregia carriera da professore di lettere latine e greche. Eserciterà per molti anni a Bari, nel Regio Liceo, con opera talmente meritoria che il capoluogo pugliese gli dedicherà una via. Disse Giovanni Pascoli di un carme del Tosti (De Roma a Gallis oppugnata): «Ho letto poche volte carmi così perfetti e, pur trattando un arduo argomento moderno, così classicamente ritmati come questi del prof. Tosti» (10).
La Gatta Cenerentola, il racconto che appare a firma di Angelico Tosti in questa antologia, è la rielaborazione locale di una delle fiabe più popolari del mondo, e la variante che ne propone Angelico Tosti è già stata oggetto di ricerche molto accurate (11). Il testo rientra senz’altro nel filone di studi, tipici di questi anni, che riguardavano i costumi, le tradizioni, l’etnologia, il folclore, i canti, la poesia e la narrativa popolare.
La materia sarà presa particolarmente a cuore da Enrico Melillo ed Emilio Pittarelli (12), altri due solerti redattori della «Gioventù Sannita» ed egregi rappresentanti del “laboratorio” di cui si parlava. Perché era “indecoroso”, sottolineavano, che il Molise rimanesse tutto estraneo a quel fervore di studi che in tutta Europa si manifestava intorno alla conoscenza dei popoli e delle loro tradizioni.
Da questo repertorio “popolare”, raccolto per diverse annate da una rete di collaboratori ben distribuiti sul territorio, provengono racconti come Mazzamauriello e il bellissimo Marachecca, leggendaria creatura che trovava “refrigerio” solo “vagheggiando l’idea di morire”, quando “il pensiero la conduceva lontano, lassù in cielo, al fianco della mamma che aveva per lei sorrisi ed incanti”.
Racconti usciti a firma di Melillo, così come Pellegrini, molto eloquente, un carosello di fogge e di colori.

la pieghettata gonnella delle pellegrine di Macchiagodena, di Roccamandolfi, di Campochiaro, e i ricchi e pesanti grembiuli di quelle di Frosolone e di Bojano; gli spadini d’argento e la mantellina a cappuccio, bianca, nera o rossa di quelle di Cerce, di Sepino e d’Isernia, e il corpetto dalle maniche allacciate di nastri delle baranellesi; i panciotti scarlatti con la bottoniera di metallo bianco e le scarpe stranamente curiose degli zampettari; le giacche e i calzoni corti di quasi tutti i pellegrini e le altre giacche di pelle bianca e nera degli zampognari di San Polo o i cappelli alla calabrese di quelli di Cercemaggiore.
Tutto questo era bello!
Era bello perché, nei diversi abbigliamenti delle donne in specie, l’occhio si beava in uno strano e attraente contrasto di colori, di forme, di acconciature, di nastri variopinti!

Alla figura del Mazzamauriello - con una singolare polemica finale di Emilio Pittarelli - è dedicato anche Mazzamauriello e zì monaca, di Gennaro De Francesco, da Campochiaro, solerte raccoglitore e piacevole scrittore di streghe, orchi, diavoli, lupi mannari, che pure meriterebbe qualche approfondimento (13).
Ulteriore passo avanti, lungo il percorso evolutivo che qui si cerca di tracciare, è la fondazione del «Pensiero Sannita» (poi diventato «Il Pensiero del Sannio») (14) nel 1881. Rivista letteraria di ben altro spessore, assai più matura, che avrà come primo direttore Angelico Tosti. Uomo dalla parola “acre”, come ricorderà il necrologio apparso nel 1932 su «Japigia», storica rivista barese che lo aveva visto tra i principali collaboratori.
Tosti darà prova di queste asprezze del carattere anche in giovane età, e probabilmente per questa ragione sarà presto sostituito alla direzione da Vincenzo Bevilacqua e Vittorio Spinazzola. Il primo, da giornalista, sarà direttore di testate regionali importanti («Il Corriere del Molise», «Vita Nuova»), presidente dell’Associazione della stampa molisana, oltre che massone di alto grado.
Assai più ricca la storia di Vittorio Spinazzola, a quest’epoca studente del “Mario Pagano”. Amico di Benedetto Croce e di Gabriele D’Annunzio (che per Spinazzola conierà l’epiteto di “rivelatore di sotterra”), massone anche lui, iniziato nel 1910, sarà direttore del Museo archeologico di Napoli e poi degli scavi di Pompei, salvo venire rimosso nel 1924. Chi dice a causa delle sue amicizie con Croce, D’Annunzio, Francesco Saverio Nitti, che ebbe Spinazzola come collaboratore negli anni in cui era presidente del Consiglio; chi dice per episodi legati allo svolgimento del suo incarico. Alla sua rimozione certo prese parte attiva Giovanni Gentile. Forse, nientemeno, per ragioni di gelosia causate “da un antico rapporto affettivo che si disse fosse intercorso” tra Spinazzola ed Erminia Nudi, nativa, come è noto, di Campobasso, e “divenuta in seguito moglie del filosofo” (15).
Un tocco di gossip che non appare fuori luogo, anzi, porterebbe una nota di colore a una realtà cittadina che in quegli anni doveva essere piuttosto effervescente. E il racconto di Spinazzola pubblicato in questa antologia non manca certo di sensualità, e di un’atmosfera peccaminosa neanche troppo sottile. L’autore sembra esaltarsi nel ricordo dell’anziana protagonista, descritta in giovane età.

Alta, con un corpo stupendo, di linee perfettissime, con un paio di occhi celesti che, in altro tempo, dovevano mettere la febbre addosso, con una bocca dalle labbra tumide e frementi, una di quelle bocche che fanno pensare a strane e segrete voluttà.

Ma, cariche e ruoli a parte, il personaggio che emerge con maggior risalto dai giornali di questi anni è senz’altro Enrico Melillo, che come autore assume ruolo di primo piano in questa antologia, fra i racconti della tradizione popolare che abbiamo già visto e prove di pura invenzione. Come I due orfani, storia toccante, chiaramente ispirata alla potenza lacrimogena di autori come Francesco Mastriani, cui Melillo rende omaggio, nel testo del racconto, con una citazione tratta da La sepolta viva, romanzo di grande successo uscito nel 1877 e pubblicato in appendice sul «Roma»:

La donna è nata per amare; e, quando a questo destino essa viene sottratta o di per sé si sottrae, la natura si vendica gettando una prematura vecchiaia là dove il sangue ribollirebbe per fresca stagione di vita. La donna a cui è interdetto l’amore per colpa di matrigna natura, per tirannia domestica, o per volontario suicidio del cuore, è pianta che si dissecca ben presto e che più non dà fiori se non di sepolcro. Levate l’amore dal cuore della donna, e di quella rosa divina non restano che le spine (16).

Matrimoni non voluti, amori proibiti, violenze, quando una “sola parola bastava per mettere mano ai coltelli”, le miserie morali causate dal bisogno, sono i temi più ricorrenti, contrapposti alle effusioni, gli spasimi e i languori di una concezione più classicamente composta della narrativa. Un violentissimo fatto di sangue è il soggetto di Storiella, che presenta un finale sorprendente, assai bene escogitato, a conclusione di una trama tesissima e non priva di suspense. E su temi analoghi si svolge Orsolina, intriso di un verismo sociale per nulla dozzinale e sostenuto da una convinta ricerca di originalità.
Melillo pure farà una egregia carriera: direttore dell’Uffizio delle Poste di Napoli a fine Ottocento, poi alto dirigente del ministero, Vittorino Cannavina lo sceglierà come suo capo di gabinetto quando, nel 1913, diventerà sottosegretario alle Poste. Come studioso, Melillo è considerato uno dei massimi esperti di storia dei servizi postali, in particolare per il poderoso Ordinamenti postali e telegrafici degli antichi Stati italiani e del regno d'Italia, in otto tomi (17).
Nato nel 1858, Melillo a quest’epoca svolge ancora la professione di maestro elementare. Come giornalista si rivelerà lavoratore instancabile, grande organizzatore, attentissimo ai fenomeni culturali del suo tempo. Sotto la sua guida «Il Pensiero del Sannio» diventerà un giornale di ottima fattura, animato, come si è visto, da giovani di bellissime e ben fondate speranze. Partecipa anche il fresco laureato Luigi Ruberto, di Frosolone, allievo di Nicola Maria Fruscella, e poi letterato di pregevole levatura.
Meno fortuna avrà un altro dei principali e più prolifici collaboratori del «Pensiero del Sannio», Pasquale Durante, originario anche lui di Pietracupa (dove in società con Angelico Tosti aveva aperto una specie di studio per lezioni private), poi stabilitosi a Venafro. Giovane davvero sfortunato, vedrà la sua vita familiare flagellata da dispiaceri, con la morte prima della figlioletta di tredici mesi, poco dopo della moglie ventottenne. Suo è il racconto Primo bacio, frivolo e leggero, con un fondo un po’ amaro.
Compare sul «Pensiero del Sannio» anche uno scalpitante Michele Pietravalle, che sarà medico egregio, direttore generale sanitario degli Ospedali Riuniti di Napoli e libero docente in Igiene Pubblica all’Università di Napoli, dal 1919 vicepresidente della Camera dei Deputati (con Enrico De Nicola presidente), prima di scomparire, nel 1923, in tragiche circostanze.
Alla rivista non faranno mancare il proprio contributo personaggi a quest’epoca già piuttosto rinomati, come Giulio Pittarelli, di Campochiaro (fratello di Emilio), che sarà tra i matematici italiani più importanti, oltre che istitutore, in gioventù, di uno dei figli di Giolitti, e amico di Enrico Fermi, “che si sentì fortemente incoraggiato dall’entusiasmante giudizio favorevole espressogli da Pittarelli” (18).
Notevole è anche la collaborazione di Baldassarre Labanca, in questi anni professore di storia della filosofia a Padova, a ulteriore riprova del grande fervore che animava in questi anni la scena molisana, cui cercavano di accodarsi, con una cadenza che suonava sempre un po’ attardata, i già immancabili Pasquale Albino e Alfonso Perrella.
Né mancherà al «Pensiero del Sannio» il sostegno dei professori, tutti molto qualificati, e disponibili, alcuni di prim’ordine, del “Mario Pagano”. Fra questi, Domenico Ciampoli, che fu “tra i primi a far conoscere in Italia opere di Dostojevski, di Gorki, di Sienkiewicz, e di altri scrittori finnici, svedesi, ungheresi” (19). E questa attività Ciampoli si dedicherà proficuamente anche sui periodici molisani di quest’epoca.
Di Ciampoli è il racconto Biscione, piccolo capolavoro, terribile vicenda di un cacciatore e commerciante di serpenti, pubblicato in questa antologia e accompagnato da un biglietto di Leopold von Sacher-Masoch che aveva ospitato il racconto sulla sua rivista «Auf der höhe», a testimonianza del rispetto che Ciampoli si era guadagnato all’epoca in tutta Europa.
Proprio nel recensire la raccolta di novelle Trecce nere, pubblicata con grande successo da Ciampoli nel 1882 (editore Treves), Enrico Melillo ha modo di tracciare una vera e propria dichiarazione di poetica, esaltando

quel genere letterario “minore”, il bozzetto narrativo, di cui lo scrittore abruzzese si rivelava maestro, perché, scrive Melillo, non diversamente si potrebbe rappresentare la realtà sotterranea, e pur vibrante e sofferta, della gente comune, che sopravvive nelle campagne e sulle montagne: solo il bozzetto “verista” poteva dipingere la miseria, la sofferenza, le passioni animalesche, i costumi primitivi di questa Italia dimenticata. E in questo tipo di letteratura - aggiunge Melillo - l’Italia era alla pari con la Francia (20).

Nel 1883, lo scrittore austriaco Robert Hamerling, poeta e raffinato traduttore dall’italiano, pubblicherà su «Magasin für Literatur des Auslandes» la sua traduzione di Trecce nere, la novella di Ciampoli che aveva dato il titolo alla fortunata raccolta. E non si può certamente trascurare la circostanza che uno scrittore così à la page in questo periodo, come Ciampoli, svolgesse ruolo da protagonista nei circoli letterari molisani, ben integrato nell’ambiente locale.
Di buona reputazione gode anche la poetessa triestina Elda Gianelli, tanto da essere devotamente omaggiata dai futuristi, anzi da Filippo Tommaso Marinetti in persona: “l’amica nostra Elda Gianelli”, che inneggiò “al verso libero con ala di genio” (21). Le ragioni si intravedono già nei racconti che compaiono in questa raccolta, Un bacio, di stampo certamente ancora molto tradizionale, ma animato da guizzi immaginifici e colorati (l’alito di fuoco, il rogo, il porfido, le braccia d’acciaio); e L’ultimo sogno, assai più drammatico, fin quasi alla crudeltà. Ragioni che si confermeranno nelle atmosfere inquietanti e nella modernità strutturale dei racconti che Elda Gianelli pubblicherà in epoca poco più tarda su periodici molisani.
Esperienze, insomma, di sicuro valore, se opportunamente indagate e scremate, come è sembrato emergere fin qui in modo documentale, e proiettate su scenari per niente asfittici, o isolati.
Sarà allora sufficiente ricordare il giudizio tanto impietoso quanto miope di Giovanni Zarrilli: di “nessuna importanza fu Il Pensiero Sannita apparso a Campobasso nel 1881. Il settimanale è di un grande squallore” (22), per intuire quali oscure leggende si siano tramandate nel tempo e siano entrate nella coscienza popolare, a ricordare l’enorme responsabilità di chi scrive e di chi si occupa di storia. Senza per questo voler gettare la croce addosso a Zarrilli, anche in considerazione degli studiosi, ancora più qualificati, e, diciamo, “istituzionali”, che in seguito con analoga miopia hanno affrontato la materia. E lo stesso atteggiamento, grosso modo, verrà riservato ai periodici coevi.
Nulla di più sbagliato. In questi stessi anni, un altro sofisticato laboratorio veniva a crearsi sulle appendici letterarie del «Sannio», dove Yole, la sorella del vulcanico direttore Lorenzo De’ Luca, pubblicava racconti di Poe (Il ritratto ovale, tradotto da lei stessa), Dickens (Nemesi, tradotto da Ciampoli), Puskin, Turgenev (certamente per influenza di Ciampoli, esperto slavista), oltre a Giovanni Verga e deliziosi bozzetti della romantica Contessa Lara, che aveva da poco pubblicato la fortunata raccolta di Versi (1883).
Amico intimo e conterraneo di Verga è Ruggero Mascari, dalla scuola di Francesco De Sanctis, e dello stesso Verga, secondo Francesco Torraca, non infelice imitatore (23). Qualità confermate nella trama asciutta e nella eccellente delineazione dei caratteri del racconto Il tenore e la rondine, pure ospitato in questa antologia.
Grande attenzione allo stile mostra anche Onorato Fava in Linea di confine. Piemontese trapiantato a Napoli, amico di Vittorio Spinazzola (oltre che di Croce), Fava avrà altre significative collaborazioni con riviste molisane. Matilde Serao gli riconoscerà “le qualità di un artista assai italiano che non patisce di quella sciocca e servile ammirazione dei piccoli e vanitosi romanzatorelli francesi di cui soffrono certi scrittori nostri” (24).
Ed è in effetti scrittore non comune, Onorato Fava, di forma accurata e vivace inventiva. Sfidando le rigide teorie dell’amico Croce, e la condanna della

nordica cavalcata di spettri, di vergini morenti, di angeli-demoni, di disperati e cupi bestemmiatori, e […] scricchiolii di scheletri, e sospiri e pianti e sghignazzate di folli e deliri di febbricitanti (25)

che a un certo punto aveva invaso l’Italia (la cui anima, secondo Croce, “tende, naturalmente, al definito e all’armonico”), Fava non si farà mancare divagazioni nel fantastico, e questo gli procurerà qualche attenzione anche ai giorni nostri (26). Alla fine troverà la sua fortuna come scrittore per l’infanzia, attività avviata proprio in questi anni (1885) con quella che rimarrà la sua opera più nota, Granellin di pepe, pubblicata da Treves (27), più volte ristampata e tradotta in tutte le lingue.
La Napoli descritta in Linea di confine - con “tutto lo sfolgorio dei raggi sui terrazzi”, “le riflessioni di luce colorata dei muri”, nei suoi contrasti con gli “spacchi oscuri tra case e case” e la sua “voce appassionata, il grido, il singhiozzo, il ghigno sguaiato, la maledizione, il riso buffonesco”, - dedicherà a Fava una via e una scuola.
Tutte queste prove ed esperienze verranno a piena maturazione di lì a poco con «Il Pensiero dei Giovani», di San Martino in Pensilis, che presto diventerà «una rivista di chiara dimensione nazionale, prodotta con il contributo di collaboratori provenienti da ogni parte d’Italia, diffusa e distribuita commercialmente in tutto il regno» (28). E con qualche piccolo ma significativo riscontro anche all’estero. Senza che questo sia valso a far considerare la rivista - anche da studiosi assai rinomati - nulla più che una specie di foglio di paese: “Ed anche i centri più piccoli avevano il loro foglio, come San Martino in Pensilis che dava vita a Il Pensiero dei Giovani nel 1886-1887” (29). E tutto questo, benché non presentasse i problemi di catalogazione e sistemazione continuamente invocati, essendo la raccolta del «Pensiero dei Giovani» in buona parte consultabile presso la vicinissima e allora disponibilissima Biblioteca provinciale di Campobasso.
Il ciclo potrà poi dirsi completato nel 1900 con «Idea Nova» e «Italia Moderna», due riviste davvero ragguardevoli uscite contemporaneamente a Roccamandolfi. Caso forse unico in tutta la storia della stampa periodica nazionale, trattandosi di un paese nobilissimo e storicamente importante quanto si vuole, ma che nel 1901 contava poco più di tremila abitanti.
Tornando al «Pensiero del Sannio», per completare la storia delle principali fonti di questa raccolta di racconti, il direttore di fatto, Enrico Melillo, evidentemente non più appagato da un impegno meramente letterario, ansioso “di trasportare sul piano dell’attualità politica il patrimonio di idee, di progetti e di critica sociale, venata di radicalismo e tendente verso la sinistra, che nel frattempo è maturato, darà vita alla «Nuova Provincia di Molise»” (30). I due giornali si fonderanno nel 1882. Proprietario è Gennaro Carissimi (lo stesso della «Palestra del Sannio»), titolare di un istituto scolastico privato, storico e feroce avversario di Pasquale Albino. Il titolo stesso della testata è una sfida, dopo che il giornale fondato da Albino, «La Provincia di Molise», aveva dovuto chiudere per la sua insanabile pochezza.
Forse è l’estremo segnale di un cambio di passo, un’epoca che si chiude, anche con una certa malinconia, e dell’affacciarsi sulla scena di nuove personalità, nuovi caratteri, temprati dal positivismo e dal razionalismo delle nuove scienze. È la “scuola militante” invocata da Angelico Tosti, che sul «Biferno» investe di male parole un rappresentante della vecchia scuola, prendendo a pretesto proprio le appendici letterarie dei giornali:

Lì, nel pianterreno delle gazzette politiche, - scrive Tosti - si rimescola tutto il fondaccio lurido della vecchia e nuova accademia italiana; lì si rimpiatta il rettoricume inacidito dei bottegai, divenuti letterati; lì scorazzano, a cavalcioni delle metafore, i pedanti zazzeruti; lì i bimbi d’Italia, affetti da priapismo letterario, si masturbano indecentemente. Capisco anch’io che in quel tepore mefitico, in cui si crogiola l’ignoranza presuntuosa e pettegola, alle volte, è schiuso qualche pulcino non del tutto anemico.

Ma “per due di costoro, - conclude inviperito Angelico Tosti (che non manca di citare Domenico Ciampoli tra i modelli) - io vi do cento asini, che hanno versato, e versano, come le arpie sulla mensa di Fineo, le loro deiezioni in prosa ed in verso, sul capo innocente de’ lettori”. Con il risultato di creare “una turba di spostati” (31).
Il malcapitato, guarda caso, è Raffaele Petrosemolo, professore del Ginnasio di Larino, presente in questa antologia con il racconto Ciociaro, che in effetti esibisce un sentimentalismo convenzionale, molto aristocratico, di classe (nel senso sociale del termine), che di questi tempi si faceva fatica a sopportare.
Di altri scrittori, pure non privi di una loro dignità stilistica, è stato impossibile appurare l’identità, al di là della mera firma o dello pseudonimo. È il caso degli autori di Treno num. 45, Chi sa, Colera-Morbus, Amore rustico, Una scommessa, allusivo ed elegante, anticipatore di certi personaggi scettici e disincantati più tipici del decadentismo; mentre Filippo Covelli della Posta, l’autore di Tata Lisandro, tragica e ben costruita storia di emigrazione, è tra gli ultimi esponenti di una nobile famiglia di Molise (inteso come piccolo paese in provincia di Campobasso), ma altre notizie non è stato possibile reperire.
Si è privilegiato, crediamo giustamente, il voler dare spazio a testi indicativi degli umori che attraversavano la loro epoca e dei modi in cui quegli umori venivano assorbiti (a volte, come si è visto, con un certo fanatismo) o respinti (il verismo scatenò reazioni anche molto dure), con tutti gli inevitabili contrasti messi in luce in questa antologia, che merita senz’altro sviluppi futuri.

 

Racconti molisani d'Appendice

 


 

NOTE


1) Giambattista Faralli - Michele Tuono, La stampa periodica del Molise , vol. I (1820-1877) e vol. II (1878-1885), Iresmo-Palladino Editore, Campobasso 2015, per limitarci agli anni di pubblicazione dei racconti compresi in questa raccolta.

2) Ivi, vol. I, Premessa, pag. 17.

3) Non essendo qui il caso di dilungarsi, si rimanda a La stampa periodica del Molise, cit., vol. I, pag. 263.

4) Ricordanze patrie di Camillo De Luca (Il Castello de’ Monforti sul monte in Campobasso - I Misterii, ovvero la festa del Corpus Domini in Campobasso), Napoli 1856, con due tavole di vedute del Castello di Monforti in Campobasso, sedici tavole “che rappresentano le macchine dei misteri, cioè quelle ingegnose macchine di ferro, che in Campobasso siam usi di mandare innanzi alla processione del Corpus Domini”, e dodici tavole “che riguardano i disegni preparatori delle macchine con le strutture metalliche”. Il testo di De Luca è citato da Alessandro D’Ancona, Origini del teatro italiano: con due appendici sulla rappresentazione drammatica del contado toscano e sul teatro mantovano nel sec. XVI, Loescher, Torino 1891, pag. 211.

5) A. De Rubertis, Niccolò Tommaseo nelle sue relazioni con alcuni letterati molisani, «Rassegna storica del Risorgimento», a. XXV (1938), fasc. VII, luglio, pag. 975.

6) Benedetto Croce, La letteratura della nuova Italia, Editori Laterza, Bari 1974 (la prima edizione è del 1914), vol. IV, pag. 230, nel capitolo “Linguaioli”.

7) “Rassegna bibliografica”, Anno I, n. XLI, 16 ottobre 1870.

8) Se ne veda la scheda in La stampa periodica, cit., vol. II, pagg. 185-194, e, in un contesto più specifico, Michele Tuono, Letterati e riviste nel Molise del tardo Ottocento, «L’arcolaio», Rivista molisana di tradizioni popolari e scienze umane, n. 3, gennaio 1997, pagg. 23-41.

9 Per una disamina più ampia cfr. Michele Tuono, Il “taumaturgo di Civitanova”. La vera storia di Antonio Cardarelli politico, «Risorgimento e Mezzogiorno», Anno X, n. 1-2, dicembre 1999, pagg. 201-215. Sulla furiosa lite tra zio e nipote, in occasione delle elezioni del 1919, si veda alle pagg. 214-215.

10) Nel necrologio di cui si dirà più avanti.

11) Si veda, in sintesi, e anche per i relativi rimandi bibliografici, Mauro Gioielli, La Gatta Cenerentola di Angelico Tosti, «Il Quotidiano del Molise», 7 maggio 2018, con una bella fotografia di Angelico Tosti.

12) Per questo genere di attività, cfr. Alberto Mario Cirese, Intellettuali e mondo popolare nel Molise, Marinelli Editore, Isernia 1983, pag. 27 e sgg.

13) Si veda intanto Mauro Gioielli, Fiabe molisane, Il tratturo, Isernia 1982, e, per una trattazione più ampia, Id., Emerologia ed Emerografia del Folklore molisano II - Gli scritti apparsi sul «Giambattista Basile», «L’arcolaio», Rivista molisana di tradizioni popolari e scienze umane, n. 2, luglio 1996, pagg. 17-34.

14) La stampa periodica, cit., vol. II, pagg. 271-302, e Letterati e riviste nel Molise del tardo Ottocento, cit.

15 Filippo Delpino, Ascesa e caduta del soprintendente Spinazzola (1911-1924), in Les Étrusques au temps du fascisme et du nazisme, Atti Conv. Amiens, dic. 2014, a cura di M.L. Haack e M. Miller, Ausonius-Scripta Receptoria 7, Bordeaux 2016, pag. 6.

16) In corsivo il brano riportato da Melillo, opportunamente virgolettato, nel suo racconto.

17) Sulla laboriosa genesi dell’opera cfr. Simone Fari, Tessendo la rete. Metodologia e stato dell’arte della storia delle telecomunicazioni in Italia, «Storia economica», Anno X, 2007, pag. 223.

18) Giulio Pittarelli. Commemorazione tenuta da Renzo Mazzocco, in «Rendiconti di Matematica», Serie VII, Volume 25, Roma (2005), pag. 247. La commemorazione si svolse «nell’Aula Magna del Convitto Nazionale “Mario Pagano” di Campobasso il 27 novembre 1998, in occasione dello scoprimento di due lapidi in onore dei matematici molisani Enrico D’Ovidio e Giulio Pittarelli, allievi del Convitto, e dell’intitolazione a Giulio Pittarelli dell’Istituto Tecnico Statale per Geometri di Campobasso». Si veda anche C. De Lisio - C. Taddei, Matematici molisani/2. Il contributo di Enrico D’Ovidio e Giulio Pittarelli allo sviluppo delle scienze alla fine dell’Ottocento, «Proposte molisane», 1982, n. 2, pag. 113 e sgg.; Carlo De Lisio, Giulio Pittarelli e i matematici molisani dell’Ottocento, Edizioni Enne, Campobasso 2006; Id., Lettere (1880-1927) di scienziati italiani a Giulio Pittarelli, Regia Edizioni, Campobasso 2020.

19) Luigi Russo, I narratori, Sellerio, Palermo 1987, p. 69.

20 La stampa periodica del Molise, cit., vol. II, pag. 456, nota n. 104. La recensione di Melillo era apparsa sulla «Nuova Provincia di Molise», cfr. Enrico Melillo, Le trecce nere di D. Ciampoli, Anno II, n. 31, 17 ottobre 1882.

21) Filippo Tommaso Marinetti, Rapporto sulla vittoria futurista di Trieste, Prefazione ad Aldo Palazzeschi, L’incendiario, Società anonima Poligrafia Italiana, Milano 1920, pag. 11.

22) G. Zarrilli, Il Molise dal 1789 al 1900, Ed. del Rinoceronte, Campobasso 1984 [rist.], pag. 197.

23) Francesco De Sanctis, La giovinezza (Memorie postume seguite da testimonianze biografiche di amici e discepoli), a cura di Gennaro Savarese, Opere, I, Einaudi, Torino 1972, pag. 469.

24) Cit. in Mario Gastaldi, Onorato Fava: la vita e le opere, Quaderni di Poesia di E. Cavalleri, Milano-Como 1933, pag. 48.

25) Benedetto Croce, La letteratura della nuova Italia, cit., vol. I, pag. 241, nel saggio su Arrigo Boito.

26) Il racconto La casa bianca, nel quale Onorato Fava maneggia con abilità il tema fantastico dello scienziato pazzo, è inserito in Ottocento nero italiano. Narrativa fantastica e crudele, Biblioteca Aragno, Nino Aragno Editore, Torino 2009.

27) Cfr. Emanuela Barboni, Treves e le collane per bambini, in «La fabbrica del libro: bollettino di storia dell’editoria in Italia», Anno XI, n. 6, 2010, pag. 16. “Tra gli italiani vale la pena ricordare” - vi si legge - “Onorato Fava e il suo capolavoro Granellin di pepe del 1885, medaglia d’oro all’esposizione internazionale di Edimburgo e medaglia d’argento a quella di Parigi”.

28) Michele Tuono, Letterati e riviste nel Molise del tardo Ottocento. II - “Il Pensiero dei Giovani” di San Martino in Pensilis, «L’arcolaio», Rivista molisana di tradizioni popolari e scienze umane, n. 4, luglio 1997, pag. 63, e La stampa periodica, cit., vol. III, pagg. 67-103.

29) Alberto Mario Cirese, Intellettuali e mondo popolare nel Molise, cit., pag. 29, e a seguire, più o meno pedissequamente, Giorgio Palmieri, Pasquale Albino. Profilo di un intellettuale molisano, Amministrazione Provinciale di Campobasso, Campobasso 1993, pag. 60.

30) La stampa periodica, cit., vol. II, pag. 276.

31) Carneade [Angelico Tosti], I giornali di provincia, «Il Biferno», a. V, n. 35, 27 novembre 1885. L’articolo è inviato da Reggio Calabria, dove all’epoca Tosti insegnava.


 


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