L'insidia del nibbio - Davide Monaco
L'insidia del nibbio

 

DAVIDE MONACO


L'insidia del Nibbio


Un altro episodio delle storie del Capitano Viti

 


"L'insidia del Nibbio" è il secondo di una serie di romanzi (di prossima pubblicazione) che prende spunto dalla collana "Cronache d'Isernia" dove, in più di mille pagine, vengono riportati articoli di giornali stampati su periodici locali che raccontano di vicende accadute in città e nel suo Mandamento alla fine del XIX secolo. Proprio questi accadimenti forniscono all'autore il tessuto storico dove imbastire avvincenti e intricate trame a sfondo poliziesco, che vengono poi romanzate rimanendo sempre fedeli all'ambientazione originaria.
Dalla realtà dei fatti alla finzione narrativa per rivivere, in parte, atmosfere passate e avvenimenti ormai dimenticati.



 

 
NELLE LIBRERIE
A META' DICEMBRE 2022


 

 


INTRODUZIONE AL ROMANZO

Il romanzo prende spunto da un avvenimento realmente accaduto a Isernia (Molise) nel Luglio del 1892. Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele Savoia d'Aosta, Conte di Torino, nipote del Re Umberto, arrivò a Isernia per una sosta di tre giorni che la Scuola di Guerra dell’Esercito italiano effettuò nell’ambito delle esercitazioni militari di quell’anno. La città si preparò a riceverlo con una straordinaria manifestazione d’affetto e di lealtà verso Casa Savoia.
Un paio di mesi prima della prevista visita del rampollo sabaudo (aveva 22 anni), il Ministro degli Interni, nella persona del sen. Giovanni Giolitti e il Sottosegretario On. Pietro Rosano, tramite il Servizio Informativo Sabaudo, ricevettero un rapporto confidenziale riguardante un possibile attentato alla vita del Conte di Torino durante le esercitazioni militari della Scuola di Guerra. Due giovani agenti del S.I.S. persero la vita nel tentativo di far pervenire a Roma informazioni che avrebbero permesso di conoscere i meccanismi dell’attentato. Tra le poche informazioni che giunsero al Ministero, alcune indicavano come responsabile dell’azione criminale il Gran Principe della setta dei Calderari, Salvatore Nicodemo Mancusi, già ufficiale dell’esercito borbonico.
Il lavoro di analisi che gli operatori del S.I.S. svolsero sulle poche notizie sottratte all’opera di disinformazione attuata dai Calderari, portarono il Colonnello Amedeo Tancredi a individuare la città d'Isernia come possibile luogo dell’attentato pianificato dal Mancusi e la sua Curia (l'equivalente della Loggia nella massoneria). Nel tentativo di smascherare l’attentatore e impedirne qualsiasi atto criminoso, la compagine investigativa organizzata da Tancredi coinvolse il Capitano dei Carabinieri Massimiliano Viti, ormai a riposo e nativo d’Isernia. L’ufficiale già in passato aveva incontrato Don Nico Mancusi e ne conosceva le fattezze.
Viti venne trascinato in questa storia da uno degli agenti del S.I.S. assassinato dai Calderari, sicuro che il Capitano sarebbe riuscito a smontare il complotto contro il giovane sabaudo per merito dei suoi trascorsi di “cacciatore di briganti” quando, dopo il Plebiscito, da giovane ufficiale dei R. Carabinieri, il suo lavoro si incentrò sulla ricerca e cattura di malviventi rifugiati tra le montagne dell’Appennino abruzzese e molisano. L'agente Saverio Corsi era figlio di un vecchio collega di Viti, e aveva saputo proprio dai racconti del padre come il Capitano si era più volte scontrato con gli uomini di Mancusi e per ben due volte aveva lottato strenuamente proprio contro Don Nico nel tentativo di catturarlo, ma l’ufficiale borbonico era riuscito sempre a scampare la carcerazione. Il Capitano non aveva mai dimenticato Nicodemo Mancusi, il "Nibbio" come lo chiamavano i compagni d'arme, e forse, dopo tanti anni, sarebbe stato ancora in grado di riconoscerlo.

 

Copertina L'insidia del Nibbio


Edizioni EFESTO - 314 pagine 13,5x21,0

ISBN 9788833813929 - Euro 16,50

 


L'AMBIENTAZIONE

Erano ormai passati trentadue anni da quell’autunno del 1860, quando la città d’Isernia fu investita dalla tempesta del fermento unitario che spazzò via il vecchio potere borbonico.
In quell'estate del '92, la città si ritrovò testimone ancora una volta di quella vecchia rivalsa fra opposte fazioni che in passato aveva insanguinato le mani della propria gente, perpetuando violenze e atrocità che calpestarono ciò che di misericordioso era insito nell'essere umano.
Dopo più di trent'anni, il contesto storico e geografico era cambiato, frutto della crescita di una nazione giovane e coesa proiettata verso un fulgido futuro, guidata da quella casata reale che seppe cogliere il momento propizio per unire, sotto un’unica bandiera, l’intera penisola.

 

La Taverna Catena

 


Negli anni dell'ultima decade del XIX secolo, Isernia era una cittadina in pieno fermento edilizio scaturito da un accrescimento economico tale da permettere l'espansione della sua impronta urbana. Era un susseguirsi di cantieri aperti per la realizzazione di nuove infrastrutture che l'avrebbero collegata più agevolmente al resto del Regno d'Italia. Arrivò la ferrovia che, per mezzo di nuovi ponti e gallerie, riuscì fininalmente a profanare le invalicabili montagne del Sannio Pentro, coadiuvata dalla costruzione di una nuova strada statale carrabile che collegò la città alla Capitale in maniera più comoda e veloce.
La Scuola di Guerra dell'Esercito Italiano in quell'anno del '92 organizzò le lezioni pratiche attraverso una campagna militare che impegnava quelle montagne dell'Appennino centrale, coinvolgendo le province de L'Aquila e di Campobasso.
S.A.R. il Conte di Torino, quale Tenente di cavalleria, frequentò la campagna militare per terminare gli anni del corso della Scuola di Guerra che gli permisero in seguito di poter accedere a mansioni e cariche più prestigiose nell'esercito italiano.
In questo contesto di avvenimenti si lega la trama del romanzo, sviluppandosi tra le descrizioni della visita di S.A.R. alla città d'Isernia, riportate dalle cronache dei giornali, con un'avvincente storia a contorno di un avvenimento che regalò a quelle popolazioni un'emozione unica: ospitare tra le sue antiche mura un esponente di spicco della famiglia reale sabauda.

 

Il Conte di Torino

Il Conte di Torino in piazza Ciro Marilli omaggia la folla con il saluto militare.
Al suo fianco il Tenente Colonnello Francesco Spingardi.
(Fotografia di Federico Labella)

 


W UMBERTO DI SAVOIA

La scritta "W UMBERTO DI SAVOIA" ancora leggibile, dopo 130 anni, sull'architrave di questo portone situato
nei pressi di piazza Trento e Trieste (all'epoca Ciro Marilli) e di palazzo Laurelli, dove venne alloggiato,
ospite dei fratelli Laurelli, il Conte di Torino nel suo breve soggiorno in città.

 


Chi era S.A.R. il Conte di Torino

Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele Giovanni Maria di Savoia d'Aosta, Conte di Torino, Tenente del Reggimento di Cavalleria Piemonte Reale, era nato a Torino il 24 Novembre 1870 da Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, Duca d'Aosta e Re di Spagna e da Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, colta e virtuosa figlia del principe Emanuele.
Era il terzo di quattro figli: fratello di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, di Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi e di Umberto Conte di Salemi.
Frequentò il Collegio Militare di Milano, oggi denominato Scuola militare "Teulié", e l'Accademia militare di Modena, uscendone nel 1889 con il grado di Sottotenente. Assegnato inizialmente al reggimento "Nizza Cavalleria", fu in seguito (1890) promosso al "Piemonte Cavalleria" con il grado di Tenente.
Il 15 agosto 1897, a Vaucresson, presso Versailles, il Conte di Torino si batté a duello con il Principe Henry d’Orléans che, in un articolo pubblicato sul quotidiano Le Figaro, aveva denigrato il valore dei soldati italiani dopo la battaglia di Adua. Il Conte di Torino ferì all’addome l’avversario e vinse il duello dopo 25 minuti.
Nel 1899 Vittorio Emanuele venne nominato Colonnello e promosso al comando dei Lancieri di Novara e nel 1903, promosso Generale di Brigata, comandò la VII Brigata di Cavalleria.
Nel 1910 divenne Tenente Generale e Ispettore di cavalleria. Nella Grande Guerra (1915-1918) fu a capo dell'Arma di Cavalleria. Venne promosso Generale di Corpo d'Armata nel 1923.
Durante il fascismo mantenne una posizione defilata. Celibe e senza figli, morì in Belgio nel 1946 dove si era recato in esilio dopo il referendum istituzionale. Dal 1968 è sepolto nella cripta reale della basilica di Superga, sulla collina di Torino.

 

Conte di Torino

S.A.R. Vittorio Emanuele Savoia d'Aosta
Conte di Torino
Isernia 10 Luglio 1892




I Calderari

Quella dei Calderari o Calderai, fu un'associazione segreta reazionaria, legittimista e filoborbonica, costituita agli inizi del XIX secolo in opposizione alle sette antimonarchiche e filofrancesi della Carboneria e affini, queste ultime di matrice illuminista e liberale.
Nella loggia calderara erano confluiti anche ex appartenenti alla carboneria, dalla quale erano stati allontanati in epoca murattiana. Era suddivisa in Curie, e gli affiliati erano ripartiti gerarchicamente in Amico Cavaliere, Principe e Gran Principe. Tra di essi era in uso un linguaggio criptico e un ricco catalogo gestuale finalizzato al riconoscimento degli aderenti e alle comunicazione cifrate.
Poco tempo dopo la sua formazione, l'associazione crebbe in importanza e potere, godendo del favore del governo duosiciliano ma agendo spesso senza il suo controllo.
Lo scopo principale di questa fratellanza era difendere la religione cattolica e la monarchia dei Borbone dalla massoneria e dal proselitismo repubblicano.
Con la fine del Regno delle Due Sicilie e l'esilio di Francesco II, i Calderari si trasformarono in una setta ancora più segreta e criptica rispetto alle sue origini, che accolse tra i suoi confraterni tanti ufficiali del disciolto esercito e anche tanti funzionari governativi che non trovarono spazio nel nuovo assetto del regno sabaudo. Era gente che aveva subìto, per la loro fede borbonica, un drastico cambiamento del proprio stato economico e sociale e che vedeva in una nuova "restaurazione" l'unica soluzione per ripristinare antichi equilibri e per ritrovare quel senso di comunità e appartenenza andati ormai perduti, diluiti nella melassa etnica dell'Italia unitaria. L'appartenenza ai Calderari era motivo di lotta per la rivalsa dello spirito meridionalista ben rappresentato nei secoli dal Regno dei Borboni, del ritrovato spirito d'iniziativa collettivo contro una casata regnante vista fin dall'inizio della guerra unitaria come usurpatrice di un governo legittimo.



Calderari

Riunione dei Gran Principi dei Calderari





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La prima vicenda investigativa del Capitano Massimiliano Viti ormai a riposo, in una storia tratta da avvenimenti riportati dalle "Cronache". Un avvincente romanzo "noir" ambientato nei salotti buoni della città tra il fruscio della seta delle imponenti vesti femminili e le marsine dei galantuomini.







- Cronache d'Isernia di fine secolo XIX -
Un frammento di storia d’Isernia, gli ultimi 15 anni del
XIX secolo, viene proposto attraverso la rilettura degli
articoli di giornali locali pubblicati all’epoca.

Cronache XIX



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- Cronache d'Isernia d'inizio secolo XX -
Il secondo volume delle "Cronache d'Isernia" dove continua
la narrazione delle vicende accadute nella cittadina
pentra nel primo lustro del secolo XX


Cronache XIX



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Davide Monaco - Michele Tuono

RACCONTI MOLISANI D'APPENDICE

1848 - 1884

Un'antologia dei migliori racconti pubblicati
sui giornali periodici dell'epoca,
che rivolge fasci di luce su un Molise
inedito e nascosto, quasi segreto.
Ed è una luce nuova.





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Per chi volesse contattare l'autore, di seguito
è riportato l'indirizzo di Posta Elettronica (E-Mail):
davide.monaco@tin.it